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CARO SINDACO, I FATTI NON VANNO MAI IN PENSIONE (Prima puntata)

Mentre la città di Capaccio Paestum vive un momento terribile, con un aumento esponenziale dei contagi da Coronavirus (una media di 20 al giorno), il Sindaco di Capaccio Paestum, Franco Alfieri, da circa 2 anni in carica, ha altro per la testa. O, meglio, dedica tempo ad altre cose, in particolare partecipare a trasmissioni televisive per chiarire, sgomberare nubi, diradare nebbie e sospetti rispetto alla sua posizione nei confronti della legge e a cercare di dare spiegazioni e rasserenare i cittadini riguardo alle recenti vicende che hanno portato Capaccio Paestum alla cronaca nazionale e sollevato preoccupazioni rispetto al timore di uno scioglimento del Consiglio Comunale di Capaccio Paestum e del Commissariamento dell’Ente ai sensi dell’art.143 TUEL. Di questi aspetti se n’è parlato tanto in queste settimane, forse anche troppo, poiché basterebbe solo attendere e far lavorare la magistratura inquirente e lasciare giudicare alle autorità competenti. Consideriamo, quindi, un’autorete quella fatta dal Sindaco. Ci sono in corso delle indagini e delle valutazioni che spettano al Ministero degli Interni. Pertanto, è quantomeno inopportuno che il primo cittadino esca pubblicamente con una sorta di difesa-chiarimento. Inoltre, più volte, lo stesso Alfieri ha minimizzato le cose e ribadito che tutte le vicende che si stanno dipanando sono assolutamente estranee all’attuale corso amministrativo del Sindaco, della Giunta e del Consiglio Comunale di Capaccio Paestum. Di conseguenza, questo suo improvviso interesse nel voler, urbi et orbi, parlare e chiarire suona quasi come “excusatio non petita”. Noi de Il Commendatore, però, siamo nostalgici e soprattutto crediamo nella completezza dell’informazione, aborriamo il sospetto e amiamo ripetere sempre che “i fatti non vanno mai in pensione”.

Quello che segue non è un dossier né un atto di accusa. Non è compito del giornalismo fare questo. Semplicemente, è l’esposizione temporale di fatti, non di sospetti.

DUE TORRI BIS – MI PRENDO LA PRESCRIZIONE E VADO AVANTI

Il procedimento penale è quello denominato “Due Torri bis”, seconda tranche di un’inchiesta su una serie di appalti affidati dalla Provincia di Salerno fino al 2008, quando Franco Alfieri era assessore ai lavori pubblici della giunta di centrosinistra. Era il 31 luglio 2013 quando la Procura firmò l’avviso di chiusura delle indagini per ottanta indagati. Più di un anno dopo, il 10 ottobre del 2014, il giudice dell’udienza preliminare dispose il rinvio a giudizio per 77 imputati, con accuse che andavano dall’associazione a delinquere, al falso e alla turbativa d’asta. A capo di un ‘cartello’ di imprese che per anni avrebbe sistematicamente truccato e spartito al proprio interno circa 130 appalti dell’amministrazione provinciale di Salerno i nomi di spicco sono certamente quelli di Giovanni Citarella e Rino Citarella. Solide amicizie nelle istituzioni e nella politica e affari ramificati in ogni parte d’Italia (Giovanni venne citato anche in alcune intercettazioni telefoniche riguardanti le indagini sulla ‘cricca’ e sui Mondiali di nuoto a Roma). Numerosi in merito furono i patteggiamenti, confermati poi in Cassazione. Non solo dei costruttori di Nocera Inferiore Rino e Giovanni Citarella, che hanno patteggiato tre anni e cinque mesi. Per i costruttori di Capaccio Paestum Giuseppe e Carmine Ruggiero (il primo ha patteggiato la pena di tre anni, il secondo una condanna a due anni e sette). Definitiva la sentenza anche per Federico Spinelli (3 anni e 4 mesi), per l’imprenditore cilentano Emanuele Zangari (2 anni e 7 mesi) e per l’ex consigliere comunale di Nocera Inferiore Rosario Cozzolino (2 anni).

LA TANGENTE

La corruzione è il reato che i pubblici ministeri Volpe, Rotondo e Valenti addebitano a Franco Alfieri (per una tangente di 25mila euro). Nel merito di questa accusa, però, i giudici non potranno mai pronunciarsi, perché il reato è estinto e il 25 settembre 2015 è stata dichiarata la prescrizione.

Nel procedimento penale “Due Torri Bis”, nei confronti di Franco Alfieri era stata formulata una sola ipotesi di reato: corruzione per atti contrarti ai doveri d’ufficio, in forza delle rivelazioni di due costruttori che lo avevano accusato di avere intascato denaro per favorirli negli appalti negli anni in cui era assessore provinciale ai lavori pubblici. Gli imprenditori sono Giuseppe e Carmine Ruggiero di Capaccio Paestum (che poi patteggeranno). Avevano parlato di una mazzetta di 25mila euro consegnata in due tranche: una di 10mila euro, che sarebbe stata pagata nel 2006 per il completamento delle strade Campagna-Oliveto Citra e Capaccio-Stio; l’altra per i restanti 15mila, per alcuni lavori di somma urgenza. Secondo la Procura, l’obiettivo di guadagnare una corsia preferenziale era stato raggiunto, perché le ditte facenti capo ai Ruggiero ottennero nel comune di Altavilla Silentina tre lavori per un importo totale di 300mila euro: la sistemazione della strada dal bivio di Albanella al bivio Quercioni, la sistemazione della provinciale “Pietre bianche” nella frazione di Olivella e il tratto tra bivio “Quercia grossa” e la frazione Borgo Carilia. Nel merito di questa accusa, però, i giudici non potranno mai pronunciarsi, perché il reato è estinto e il 25 settembre 2015 è stata dichiarata la prescrizione. Nelle intercettazioni dell’inchiesta c’è un interessante dialogo che Franco Alfieri tiene nel novembre 2012 con un altro imputato, l’imprenditore Giovanni Botta di Siano, parlando di prescrizione e competenza territoriale sull’inchiesta: “Vedi che il 2006 è già prescritto – dice Alfieri- cioè il reato di corruzione al 31/12 è già prescritto”.

LE TELEFONATE CON RINO CITARELLA

Tra le utenze telefoniche intercettate nell’ambito dell’inchiesta anche quella di Alfieri dunque, quando negli anni passati era assessore ai lavori pubblici della Provincia nella giunta di centro sinistra. E i suoi contatti con Rino Citarella erano costanti. “Don Franco” e “Don Rino” (così si chiamavano tra di loro per telefono) erano amici, pranzavano insieme e insieme facevano anche le vacanze a Roccaraso, dove il primo voleva comprare una casa. “Don Franco” e “Don Rino” non erano colleghi di lavoro, ma per qualche anno le loro strade si sono incrociate. “Don Franco” è Franco Alfieri, allora sindaco di Agropoli e assessore della Provincia di Angelo Villani ai lavori pubblici che finanziava la realizzazione di strade. “Don Rino” è Rino Citarella, l’imprenditore di Nocera Inferiore, che quelle strade le costruiva, aggiudicandosi gli appalti banditi dalla Provincia. Rino Citarella resta l’unico imprenditore intercettato al telefono con un politico nell’ambito di tale inchiesta. Il politico in questione è “Don Franco” Alfieri, che mostra di avere stima per l’imprenditore, tanto da definirlo al telefono “gagliardo e tosto”. La stima sembra essere ricambiata se l’imprenditore più volte consiglia al politico di non candidarsi a sindaco di Agropoli. «Ma chi te lo fa fare?» gli chiede il costruttore che nel paese cilentano ha svolto parecchi lavori pubblici e privati. Alla vigilia delle elezioni amministrative, la gente di Agropoli voleva che le strade fossero allargate e rifatte e un candidato sindaco non poteva permettersi di perdere voti. E a maggio 2007 il rischio di perdere il consenso si corre davvero. Nella zona di Mattine, dove Citarella sta lavorando all’ampliamento di una strada, c’è un allagamento, i residenti sono arrabbiati e il candidato sindaco, assessore provinciale in carica, lo è ancora di più. “Io, li ho persi i voti” è la risposta di Alfieri a Citarella che gli dice di avere una trentina di voti ad Agropoli. “Come li dobbiamo dividere?”, è la domanda dell’imprenditore. Ma poi il rischio viene sventato e il 28 maggio 2007 Alfieri comunica a Citarella di aver raggiunto un consenso del 56%. Il successo elettorale ad Agropoli non cambia i rapporti tra i due. Il politico invita l’imprenditore a presentare una fattura alla Provincia, di piccolo importo, per delle recinzioni in sospeso sulla zona industriale (“fai una fattura che noi la paghiamo”), gli chiede se va a fare un lavoro ad un privato e preme per la realizzazione di una rotatoria che non sarà mai costruita. Anche per fare una passerella pedonale a Vallo c’è bisogno “dell’intercessione del santissimo Alfieri Franco”. Entrambi partecipano al compleanno di Rosario Cozzolino, ex consigliere comunale di Nocera Inferiore coinvolto nella stessa vicenda. Citarella gli regala una cintura Cartier, Alfieri una penna.

I CITARELLA

Giovanni Citarella, “chiacchierato” imprenditore di successo, già presidente della Nocerina Calcio, prese in mano l’azienda di calcestruzzo di famiglia, dopo che il padre Gennaro, detto Gino, ritenuto legato alla Nuova Famiglia (il cartello che si contrapponeva ai cutoliani) fu ucciso in un agguato di stampo mafioso il 16 dicembre del 1990. Il padre, secondo le ricostruzioni dell’antimafia, ricopriva un ruolo predominante nel clan, proprio nel settore dell’infiltrazione nei lavori pubblici. Così anche il figlio non è stato indenne da guai giudiziari. I collaboratori di giustizia del clan guidato dai superboss Carmine Alfieri e Pasquale Galasso l’hanno definito uno dei “rampolli” della mala. Sembrava aver chiuso i suoi guai con la giustizia, riuscendo a dimostrare la sua innocenza nell’inchiesta che lo portò in carcere nel 1997 proprio per l’accusa di associazione mafiosa e di estorsione. Due anni dopo fu condannato a sei anni dal tribunale di Nocera Inferiore, per l’accusa di tentato omicidio. Nel 2007 fu colpito da una misura di prevenzione con sequestro di beni. Lui e il cugino Gennaro sono stati ritenuti nell’inchiesta “Due Torri bis” i capi della “cordata” degli imprenditori. L’intera inchiesta nasce da un episodio che vede i Citarella vittima di un attentato in un cantiere. È il 29 gennaio 2007 e in un cantiere a Sarno di una ditta dei Citarella viene appiccato un incendio e rubato un escavatore. Gli investigatori capiscono che sotto c’è qualcosa di grosso e mettono sotto controllo le utenze di Gennaro e Giovanni. Ma i due, scoprono gli investigatori, non sono minimamente preoccupati dell’attentato. Anzi, ogni giorno sono occupati a pilotare appalti pubblici. Con un certosino lavoro viene ricostruita la mappa degli illeciti. Un anno dopo, i carabinieri bussano agli uffici di tutte le società del “cartello”. Acquisiscono documenti preziosi. I Citarella vengono interrogati e cercano di “limitare” i danni ammettendo, ma solo in maniera parziale, le loro responsabilità e patteggiando la pena.

LA STORIA DELLE CASE DEL CLAN MAROTTA E LA CONDANNA DELLA CORTE DEI CONTI

Si tratta di tre appartamenti confiscati a Fiore Marotta, Alberico Dolce e Silvana Marotta. Era il 5 dicembre del 2008 quando il Comune di Agropoli li ebbe in assegnazione dall’Agenzia del Demanio. Gli occupanti erano già stati sgomberati e all’Amministrazione restava da registrare i cespiti nel suo patrimonio indisponibile e destinarli a una funzione di utilità pubblica, vigilando che non vi fossero occupazioni abusive. Quando i finanzieri del Gico andarono a eseguire un nuovo provvedimento di sequestro si scoprì che il vecchio era divenuto di fatto carta straccia, perché il Comune non aveva mai utilizzato gli immobili. Sulla vicenda è stata interessata anche la Corte dei Conti che nel 2017 ha, in via definitiva, rigettato gli appelli dell’ex sindaco di Agropoli Franco Alfieri, dell’ex vicesindaco Mauro Inverso e di tre dirigenti comunali, confermando la sentenza di primo grado ed il pagamento di 40mila euro, oltre le spese legali, per danno erariale nei confronti del Comune di Agropoli.

LE INDAGINI E LA PERQUISIZIONE DELLA DIA DI MAGGIO 2019

Nell’Alfieri Gate del 2019, che scoppia in piena campagna elettorale per le Comunali nella città dei Templi, non c’è solo Agropoli, ma c’è già anche Capaccio Paestum. La Dda di Salerno indaga da allora sugli eventuali legami tra il politico e l’imprenditore Roberto Squecco, già condannato in via definitiva per camorra e oggi in carcere nell’ambito dell’operazione “Croci del Silaro” che ha portato ai domiciliari anche Stefania Nobili, ex capogruppo consiliare della maggioranza Alfieri, costretta dalla vicenda a rassegnare poi le dimissioni dalla carica. Nel decreto di perquisizione di maggio 2019 a carico dell’allora candidato Sindaco Franco Alfieri, emergeva già l’esigenza di cercare documenti, per stabilire una possibile “corrispondenza” con Roberto Squecco. Inoltre, l’inchiesta del Pm Montemurro (che oggi dovrebbe essere stata affidata alla PM Francesca Fittipaldi) punta i riflettori sul capitolo degli appalti e delle cooperative del Comune di Agropoli. Questi gli input del decreto di perquisizione eseguito negli uffici di Alfieri. Dunque, gli accertamenti non si limitavano solo ai rapporti con la famiglia Marotta. Infatti, si intendono rintracciare «documenti ed eventuale corrispondenza inerenti gli appalti concessi dal Comune di Agropoli alla Dervit spa» ed «alla Agropoli Mare Sport srl». Gli amministratori delle due società non risultano indagati. La Dia aveva poi pure il mandato di individuare carte «ed eventuale corrispondenza inerente i servizi svolti da appartenenti alla famiglia Marotta a mezzo delle società cooperative del Comune di Agropoli». La procura vuole accertare se Alfieri abbia procurato posti di lavoro al presunto clan. Da alcune intercettazioni telefoniche sarebbero emersi i contatti esistenti tra l’allora primo cittadino di Agropoli Franco Alfieri e la famiglia Marotta. Alla base di tutto ci sarebbe stato, secondo le intercettazioni telefoniche, un ponte tra Franco Alfieri e Fiore Marotta, esponente del noto clan, all’epoca ai domiciliari. In ballo c’era un posto di lavoro chiesto ad Alfieri nell’azienda dei rifiuti. Al telefono con lui ci sarebbe stato soprattutto Fiore Marotta. Tali intercettazioni, secondo il procuratore Antimafia Vincenzo Montemurro, dimostrerebbero i rapporti tra l’attuale consigliere del governatore della Campania e l’esponente del clan agropolese. Ecco una delle intercettazioni rese note dall’Antimafia:

Marotta: «Sindaco… mi servirebbe una mano». «Come dobbiamo fare?». «Un contratto di lavoro per pigliare l’affidamento».

Alfieri: «E ma mò mi perseguitate un poco con questo fatto…».

Marotta: «L’avvocato mò mi ha detto fatti fare sto coso… io vado a lavorare tutte le mattine tre ore…cioè… non è che voglio tutta la giornata… tre ore».

Alfieri: «Ti devo mettere tre ore … e ti faccio fare l’affidamento dai servizi sociali ti faccio fare tre ore al giorno … va bene?».

Marotta: «Eh…però devi fare il coso in “tempo indeterminato”».

Alfieri: «Indeterminato non lo possono fare…».

Marotta: «Io tengo un anno e sei».

Alfieri: «Ma non ti preoccupare, ti faccio fare una cosa io coi servizi sociali. Lo sai già dove posso “inciarmare” qualcosa, tu dici che non va bene».

TO BE CONTINUED (CONTINUA)

Ovviamente, non è tutto qua. Abbiamo anche altri fatti da raccontare. Ma questa, amici cari, è come una bella Serie TV. Spoileriamo? Nemmeno per niente. Come si usa fare, vi rimandiamo, a brevissimo, ai prossimi episodi.

 

Carmine Caramante

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