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IONÙDA – QUANDO L’AMORE PROVOCA INDIPENDENZA

QUANDO L’AMORE PROVOCA INDIPENDENZA

(Recensione della silloge poetica “Ionùda” di Mariangela Maio)

(“Ionùda” è disponibile sul sito edizionidialoghi.it)

Pochi sono i poeti contemporanei che mi hanno cambiato la vita e la penna. Uno di loro ha il nome di Mariangela Maio, giovane e promettente poetessa di Capaccio Paestum, autrice della sua prima silloge poetica, dal titolo “Ionùda”. 63 liriche da leggere tutte d’un fiato, per assaporare fino in fondo la catarsi di un cuore di donna che veste la sua anima d’uomo, nel tormentato percorso di riabilitazione dalle ferite provocate dall’abbandono. Un viaggio onirico nell’Io profondo, l’iniziazione dell’anima all’ineluttabilità del dolore, cui la poetessa si sottopone senza indugio e senza scudi, con mirabile padronanza di sé e della propria condizione esistenziale: “E riscopro il senso di un basso profondo, coniugando erotismo al primordiale, mi scopro al mondo”. Mariangela si scopre e ci ri-scopre al nostro personale dolore. Ci costringe a fare i conti con l’irrisolto, con quel connubio di morte e d’amore che reclama la sua identità, da chi non lo conosce, e la sua dignitosa accettazione, da noi che lo conosciamo troppo bene. Non c’è scampo per nessuno, nella misura in cui non si può stare senza provare una passione amorosa, seppur non corrisposta. Quel tormento ci fa sentire vivi. E la solitudine è il prezzo che paghiamo per la colpa primordiale di essere venuti al mondo: “Pelle di lacrime è uno strato di incomunicabilità, non c’è umanità che possa salvarmi”.

E tra il corpo della poetessa fatto a pezzi dall’amore e l’amore fatto corpo dai pezzi, passano i versi dell’autodeterminazione, quelli che Mariangela, con rara maestria, consegna alla sua ritrovata e silenziosa capacità di comunicare: “La gioia non si dice, è muta e muta la voce”. Non siamo tenuti ad essere forti, ma a fare delle nostre debolezze un punto di forza. L’esito è tutt’altro che scontato: la poesia di Mariangela cammina finalmente “indipendente “, nella bellezza della fine, quando il cerchio si chiude e tutto l’amore provato non è che una traccia, effimera ma profonda, del suo passaggio sulla Terra. Nella fiamma dell’intelletto, in un eterno amplesso con il verso, la giovane donna partorisce la grazia del suo essere – più di prima – parte irrinunciabile di questo mondo: “In loro e con loro io sono, vibro e canto”. Questo libro è un richiamo alle arti. Prima fra tutte, l’arte di guardarsi dentro. Per leggerlo, occorre coraggio. Per scriverlo, forse, occorre qualcosa in più.

 

Milena Cicatiello

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