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LA TV DA PASOLINI A DRUSILLA

La TV da Pasolini a Drusilla. Meglio essere unici o diversi?

Recentemente la TV, tra un coro unanime di consensi, ha proposto di rimpiazzare le diversità con termini più comodi. Spinti dalla critica e dalle sicure buone intenzioni del personaggio da cui partiva il messaggio, tutti abbiamo applaudito e taluni si sono commossi. In tanti hanno pensato, addirittura, che in quella performance risiedesse la sintesi dell’aspro dibattito intorno a tematiche su cui la nostra società non riesce a emanciparsi. Peccato che, ad un’analisi più accorta, emerga un lecito dubbio sul fatto che l’ampio concetto filosofico dell’unicità possa davvero rappresentare la soluzione all’impasse riguardante le diversità o se non ne sia, piuttosto, il binario morto. Le domande che vengono in mente sono: perché deve provocare disagio essere diversi? Perché sentirsi unici dovrebbe farci sentire meglio? Volendo affrontare la questione senza allinearsi al coro e senza voler fare ricorso a speculazioni filosofiche che investirebbero l’intera storia del pensiero, potrebbe essere interessante raccontare una storia qualunque. Una di quelle che cominciano con il più classico degl’incipit. C’era una volta un mondo in cui la verità veniva proferita attraverso una scatola con uno schermo chiamata TV e qualunque storia, bella o brutta che fosse, aveva sempre lo stesso non colore. I fatti scorrevano via in bianco e nero e ciò sembrava talmente naturale che molti scienziati del cervello giunsero ad affermare che perfino i sogni avessero quelle stesse tonalità. Le scatole in questione, simili ad antiche Are, raccoglievano intorno ad esse intere famiglie per celebrare puntuali liturgie e chi non vi avesse partecipato avrebbe sofferto un forte disagio, un senso d’isolamento e una frustrante emarginazione. Attraverso quei rituali, l’uomo poteva compiere qualunque impresa, dal semplice diventare milionario, rispondendo a qualche complicata domanda, fino a sbarcare su altri pianeti. La TV divenne presto padrona di casa, maestra di vita, educatrice. Essa si serviva di vari sacerdoti, tutti molto familiari, forse tutti uguali, anche se alcuni portavano occhiali, altri no; alcuni biondi, altri mori. Nessuno però bellissimo, nessuno bruttissimo. Nessuno molto colto, né profondamente ignorante. Tutto era “medio”. “Perfetto”. Finché, un giorno, in quella scatola entrò un virus. Qualcosa non dovette funzionare e dallo schermo arrivarono il volto e la voce di un essere “non conforme”. Chissà com’era successo! Chissà quante teste saltarono subito dopo! Quel profeta sbagliato, messo in onda per un errore di valutazione, lanciò un monito o, forse, un anatema. Egli osò affermare, placidamente, che “la TV non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore degli stessi. È il luogo dove si insinua una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta, in concreto, lo spirito del nuovo potere. È un medium di massa che si fa amico della massa dei telespettatori per poi asservirli, ossia per imporre loro la leggerezza, la superficialità, l’ignoranza, la vanità, quali modelli di una condizione umana obbligatoria”. Negli anni a venire, quel “folle” continuò a sviscerare le forme di condizionamento esercitate dalla “stupidità delittuosa della TV” nel linguaggio e negli strumenti di comunicazione adottati dagli italiani, scoprendo le trame di un processo di profonda e irreversibile trasformazione della cultura e della società dove le diversità, vero patrimonio di umanità e civiltà, invece di essere valorizzate e vissute, vengono cancellate e sostituite da valori falsi e alienanti. Dove un disabile o un omosessuale devono autoproclamarsi “unici” (e, dunque, rassicurare le masse sull’impossibilità di essere “contagiate” dal virus) per poter essere accettati. Quel “pazzo, bugiardo, balordo”, come ogni personaggio di un diverso racconto, aveva un nome, si chiamava Pier Paolo Pasolini. Tempo dopo fu ritrovato morto. Uno strano omicidio, su cui la TV non esitò a proferire la sua verità, ma sempre in “bianco e nero”. C’è chi dice che le sue profezie siano ancora più attuali oggi, di fronte a media ancora più omologanti, piuttosto che ieri. Ma ormai le immagini scorrono a colori e in alta definizione e, in fondo, attraverso la rete, siamo noi a scegliere cosa vedere e cosa capire. O no?

Milena Cicatiello

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