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TUTELA DEI LAVORATORI DELLO SPETTACOLO. NE ABBIAMO PARLATO CON PIERLUIGI IORIO

Ormai, anche se alcuni sostengono di non abbassare la guardia, si può dire che siamo nella fase post Covid-19. Un’esperienza mai vissuta da questa generazione, che ha, inevitabilmente, lasciato strascichi, sotto ogni aspetto. Polemiche su come si doveva o non doveva affrontare, sostegno alle persone, costrette a casa, alle imprese che hanno chiuso i battenti e tanti, piccoli, rivoli di prospettive che, inevitabilmente, presentano il conto. Oggi parliamo di teatro, e lo facciamo con Pierluigi Iorio, direttore artistico del Teatro “De Filippo” di Agropoli, di cui cura il cartellone degli eventi. Attore di lungo corso, con tournée nelle compagnie di Aldo e Carlo Giuffrè, Luigi De Filippo, Vincenzo Salemme, parti da protagonista nel musical “Scugnizzi” di Claudio Mattone e in opere dirette da Daniel Oren e, da un paio di anni, anche autore, regista e coordinatore artistico. Proprio in quest’ultima veste, il suo ultimo lavoro con una commedia di Lina Wertmuller, dal titolo “A cosa servono gli uomini” di cui Nancy Brilli era la protagonista, bloccato dall’emergenza sanitaria. Lo scorso anno, ha ideato e diretto “Esta noche juega El Trinche” con Federico Buffa protagonista dello storytelling.

Indubbiamente, uno dei comparti più penalizzati dal lockdown è stato proprio il teatro. Su questo aspetto, l’opinione di Pierluigi Iorio è tranchant.

“Purtroppo, e lo dico con dispiacere, in Italia il teatro è ancora visto come un diversivo, quasi un hobby, più che un lavoro. Attenzione, quando dico questo non parlo, ovviamente, dei grandi, quelli di grido insomma, ma degli altri 75mila che svolgono questo lavoro. Lo stesso Presidente Del Consiglio ha dichiarato che avrebbe pensato al teatro perché, cito testualmente, ‘gli attori ci fanno tanto divertire’. Nessuna polemica, per carità, ma solo un esempio della percezione che, in Italia, si ha del teatro. Quante volte mi è stato domandato ‘cosa fai nella vita?’. E io rispondevo l’attore e loro, di rimando, ‘dico di mestiere’. Ecco, questo è radicato nelle menti delle persone e, credetemi, non è così”.

Un accigliato e amaro spaccato della realtà italiana. Già, perché, in altre nazioni non funziona così ed è lo stesso Pierluigi a spiegarcelo.

“È un problema solo italiano. Per fare un esempio, in Francia i lavoratori dello spettacolo sono garantiti da un vero e proprio sussidio, perché, come si sa, sono lavoratori a intermittenza e come tali vengono assistiti. Di più, vengono, se posso usare questa espressione, riassegnati. Se in una scuola c’è bisogno di una lettura di un certo tipo, vengono chiamati gli attori, se c’è da fare conferenze, sempre nel loro campo, vengono ancora chiamati. Ma questo accade anche in Germania e in altri Paesi. Ecco, questa sarebbe una soluzione buona anche per il nostro Paese. Ovviamente, teatro significa anche macchinisti, elettricisti, scenografi, truccatori, costumisti e tanti altri che magari non appaiono ma sono fondamentali per uno spettacolo. E anche loro, si sono trovati, improvvisamente, senza nessuna assistenza”.

Tre mesi di arresti domiciliari devono pur essere investiti in qualche modo. Anche qua Pierluigi ci dice la sua.

“Il tempo, nel nostro mondo, quello attoriale, può essere sempre utile ed utilizzato. C’è chi scrive, chi legge, chi progetta. Se posso indicare una cosa positiva di questo periodo è che, per i problemi che ho citato prima, qualcosa comincia a muoversi. Molti si sono attivati per il ripristino del SAI, un vero e proprio sindacato, con i registri degli attori. Non un albo, perché non esiste, ma un qualcosa che differenzia, attraverso regole precise, l’attore di teatro da quelli che magari lo fanno come secondo lavoro o per puro diletto. Anche qui, nessuna discriminazione verso le compagnie amatoriali, anzi, ben vengano, perché è sempre una bella cosa, ma è solo un modo per, se così si può dire, certificare un mestiere e dargli dignità. Il teatro è sotto l’egida del Ministero dei Beni Culturali, il Mibact, cui è stato accorpato anche il comparto turistico. Ripeto, qualcosa si sta muovendo in tal senso, speriamo sia una rinascita in tutti i sensi”.

Purtroppo ben poco si poteva fare, le restrizioni avrebbero impedito qualsiasi cosa riguardasse godere di una commedia a teatro. Nessun protocollo avrebbe retto. Su questo punto anche Pierluigi è d’accordo.

“A malincuore, devo dire, che non si poteva fare altro. Teatro significa assembramento, questa parola che suscita angoscia tutt’oggi. Rapporto diretto con il pubblico, immedesimazione, applausi, risate, abbracci e strette di mano. Trovare un protocollo-teatro per il Covid-19 avrebbe svilito la sua essenza, e, sinceramente, non se ne sentiva il bisogno”.

Domanda secca, vi siete sentiti un po’ abbandonati?

“Un po’ sì, sempre per quel discorso che facevo prima, ovvero la percezione che si ha dell’attore e dei teatri. Ci sono quelli pubblici, i grandi palcoscenici, dove recitano i grandi. Ecco, quelli sono tutelati, sovvenzionati dallo Stato. Ma mentre, giustamente, queste realtà sono l’ossatura del movimento teatrale, i teatri privati, consentimi questa metafora, che trovo appropriata, sono le arterie, le vene che portano il sangue e quindi altrettanto importanti, ma meno tutelate. Questa è un’altra cosa che va rivista”.

Chiudiamo questa interessante chiacchierata con Pierluigi Iorio con una cosa bella, il suo ultimo lavoro. Ce lo descrive lui stesso.

“Il peggio sembra passato, ricominciano i Festival del Teatro e io sarò presente con la regia di ‘Ho ucciso i Beatles’ sia al Ravenna Festival, forse il più importante d’Italia, sia al Napoli Festival. I primi riscontri sono molto positivi, proprio adesso, mentre ti parlo, sto iniziando le prove. Un lavoro che mi entusiasma e che spero andrà come mi aspetto”.

Beh, è ora di lasciare il nostro interlocutore al suo lavoro, con una considerazione a margine, che potrebbe, da sola, racchiudere l’intera chiacchierata e ce la esprime lo stesso Pierluigi.

“In piena pandemia, nel mese di marzo, sentii dire a un operatore del settore che il teatro era finito. Gli risposi che il primo teatro di cui abbiamo traccia è del V secolo avanti Cristo. Non c’era la televisione né il cinema, e il teatro era l’unica rappresentazione della realtà. Ha resistito a diversi periodi bui, tra cui il Medioevo, durante il quale, addirittura, agli attori non era concessa la sepoltura all’interno delle mura delle città. Quindi, resisterà anche a questo”.

Carlo Marrazza

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