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Il linguaggio umano non è solo lo strumento attraverso cui comunichiamo, è anche la descrizione verbalizzata della realtà tutta. Le lingue naturali, essendo sistemi variabili e variando nello spazio, nel tempo, in base alla situazione socio-economica e culturale dei parlanti, al contesto comunicativo e alla soggettività di chi parla, descrivono la realtà segmentandola e categorizzandola in modi vari e molteplici. Se è vero che le grammatiche non prescrivono le norme che regolano il funzionamento delle lingue, ma semplicemente le descrivono, si può però anche sospettare della possibilità che lingua e mondo si plasmino a vicenda. Di sicuro la storia delle lingue ci dimostra il continuo divenire di esse che accompagna il continuo divenire delle cose. Degli ultimi anni è il dibattito – avvenuto inizialmente all’interno di gruppi ristretti di espertƏ e attivistƏ che con l’avvento dei social si sono sempre più allargati – su quanto l’utilizzo del maschile sovraesteso sia effettivamente rappresentativo della realtà. Il maschile plurale “tutti”, che per la grammatica italiana si riferisce ad una molteplicità mista di persone, non dà piena rappresentanza al genere femminile e certamente non include le persone non binarie, che non si identificano cioè né nel genere maschile né in quello femminile. Il punto quindi non è imporre dall’alto un cambiamento linguistico definitivo, ma trovare una via per identificarsi linguisticamente. La via per essere trovata va cercata e i contesti linguistici social sono sembrati quelli più agili e adatti alle sperimentazioni. Le proposte a sostituzione del maschile sovraesteso sono state numerose: la chiocciola, la u, la x, la y, l’asterisco, l’apostrofo, ecc. In questa ricerca pare avere avuto la meglio un simbolo dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA), lo schwa (Ə). Si tratta solo di una proposta, che ha i suoi rilevanti pregi, ma anche qualche difetto non facilmente sorvolabile. Tra le altre proposte quella dello schwa, che il tedesco mutua dall’ebraico e che significa “nulla”, vince dal punto di vista semantico, avvicinandosi all’idea di neutralità. Un suono neutro per un significato neutro: funziona. Dal punto di vista grafico non compromette la fluidità del testo, non dà nell’occhio. Questi quindi i punti a suo favore. Un aspetto problematico che il suo utilizzo presenta riguarda invece la sua pronuncia, poiché – non appartenendo all’inventario fonematico (i suoni e la combinazione di essi) dell’italiano standard (ma a molti dialetti italiani sì, in particolare meridionali, si pensi solo a “jammƏ”) – sembra, almeno per il momento, estranea e quindi ostacolo ad un eloquio fluido. Un’altra difficoltà è rappresentata dalla mancanza (attuale e poi chissà) del tasto Ə sulle testiere dei computer e della maggior parte dei telefoni. Si aggiunge poi l’invasività di un cambiamento linguistico che si svolge sul piano morfologico e non semplicemente lessicale. Lo schwa, quindi, è solo una possibile soluzione, non la migliore possibile. I più conservatori tra gli accademici, i politici e i parlanti possono dormire sonni tranquilli, le lingue non cambiano a tavolino, si sa. Nessuno ne ha prescritto mai l’utilizzo, né sarebbe possibile ed efficace farlo: siamo solo nel mezzo di un esperimento sociolinguistico. Il suo grande valore, come ha affermato la sociolinguista dell’Università di Firenze, Vera Gheno, in una intervista di un anno fa, non sta nel definire puntualmente un cambiamento linguistico, ma nella dichiarazione politica che si può fare utilizzandolo in alcuni contesti, soprattutto social: quella di un’apertura e un’accoglienza totali nei confronti di esigenze di cui riconosco la legittimità, fossero anche dell’1% della popolazione. Alla convivenza delle diversità si contribuisce anche come parlanti e scriventi. Per noi quindi è una sperimentazione, ma sarà interessante osservare cosa sarà per le prossime generazioni.

Enrica Colasanto

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