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CINEMA SCANDINAVO – CRISI ESISTENZIALI E NUOVE IDENTITÀ

Il cinema scandinavo è formidabile nei suoi contenuti. La sua finta lentezza è solo tempo dato alla riflessione.

Oggi, nella nostra consueta rubrica, ci addentriamo in un mondo da esplorare, e soprattutto da interpretare. Cercheremo di descrivere l’arte figurativa presente nel cinema scandinavo. Quella zona dell’Europa comprendente Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda ha, da sempre, rappresentato sul grande schermo le ragioni morali dei comportamenti umani, in chiave ora grottesca, ora drammatica, altre volte addirittura comica, sempre però con un retrogusto amarognolo. I grandi del Novecento, come Ingmar Bergman, hanno lasciato il posto ad una generazione di nuovi autori che hanno scandagliato l’animo umano, attenti alle disfunzioni sociali e alle difficoltà relazionali tra gli individui. Una ricerca di nuovi linguaggi cinematografici volti a ridisegnare crisi esistenziali e fattori di alienazione. Una trasposizione quasi teatrale, figlia del contesto paesaggistico, anche delle città dei Paesi del nord Europa, che spesso fa da scenografia fissa, immanente, in quelle immagini grigie, fatte di palazzoni uguali in struttura e colori sbiaditi, tristemente uniformi, perfettamente incastonati nei dialoghi che sembrano essere la logica conseguenza delle immagini stesse. “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” è un esempio perfetto di quel che voglio intendere. Un film di Roy Andersson che, attraverso tanti quadri, istantanee tenute lì per qualche attimo e che poi prendono vita, illustra le miserie umane tra non sense e ironia. Un film straordinario e pluripremiato, in cui, come detto, la Stoccolma grigia e uguale nella struttura fa da cornice spenta a dialoghi lenti e riflessioni sull’esistenza. Le scene in un bar da sottoscala, con due bottiglie in tutto, tavolini marroni e pareti beige rendono l’atmosfera volutamente triste, da depressione assoluta, in cui si alternano personaggi miseri e vinti dalla vita. Un cavallo con cavaliere dell’esercito annesso di fine ‘800, venuto da chissà dove, che entra in un altro bar ed emana sentenze senza senso. Gli appartamenti-dormitori, al cospetto di cui lo spartano è un 5stelle extralusso, in cui dimorano persone assurde, ti angosciano. Una sequela di commedie, da quelle drammatiche a quelle surreali, con episodi tragicomici e personaggi eccentrici. Esempio perfetto è “Le mele di Adamo” dell’autore danese Anders Thomas Jensen. Un film tragicomico, in cui lo humor nero è l’asse portante. Paradossale, con queste storie che si intrecciano in un luogo di recupero per persone problematiche (un neonazista, un ex tennista alcolizzato, e un arabo fondamentalista) in cui il custode e responsabile del reinserimento in società dei personaggi è esso stesso un elemento di disturbo. Un buono che subisce di tutto e che conserva la ferrea forza d’animo anche di fronte alle situazioni più tragiche a cominciare dalla sua triste storia fatta di abusi, figlio spastico, moglie morta dopo il parto e un tumore incurabile, ma tutto questo esposto in maniera surreale. I dialoghi e i personaggi sono semplicemente geniali, alcune scene sono di una comicità grottesca, di quella per palati finissimi. I luoghi chiusi sono un altro elemento chiave nelle pellicole di questa parte di Europa, come se l’autore riuscisse ad esprimere meglio il concetto, chiuso in quattro mura. Esempio di questa struttura cinematografica è “Kitchen Stories”, film del regista norvegese Bent Hamer. Nella Norvegia degli anni ‘50 un gruppo di ricercatori svedesi spedisce negli angoli più remoti degli osservatori che, seduti su un sediolone stile arbitro di tennis, osservano il comportamento in cucina di uomini single, per tutto il giorno, senza interagire e prendendo appunti su un taccuino al fine di creare la cucina perfetta. Un affresco grottesco e surreale il cui scopo e ironizzare sui metodi capitalistici di quell’epoca. Il film è dolcissimo e cementa una amicizia improbabile, figlia della rivalità tra Svezia e Norvegia, ma allo stesso tempo è una storia di solitudine e malessere che, in maniera grottesca, vuole essere una critica al controllo sociale e al rendimento di mercato. C’è chi giura che l’Ikea sia nata così.

Carlo Marrazza

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