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LA SCUOLA CHE VORREI

La scuola che vorrei… perché non proviamo a chiedere a ragazze e ragazzi?

Il mese scorso mi è capitato di ritrovarmi a scuola, dopo anni, ma di farlo per la prima volta dall’altro lato del banco, a fare da insegnante a un manipolo di adolescenti tra i 16 e i 19 anni. La sera prima di mettere piede in classe ero terrorizzato, io, che solitamente ho l’emotività di un bradipo, tremavo per l’ansia. Qualcosa, dunque, dovevo pur farla. La prima cosa è stata quella di pensare a chi, tempo addietro, mi disse che questo era esattamente quello che avrei dovuto fare, credendo, pure, che un giorno ci sarei riuscito. La seconda, invece, è stata quella, solita, di affidarmi ai miei modelli. Ho scritto un messaggio a Perelli, il mio professore di Filosofia e Storia del Liceo, e al tempo stesso ho telefonato a Fanny, la mia amica-insegnante di fiducia. Tra i tanti consigli saggi che mi ha dato ce n’è stato uno che ho subito sottolineato a penna rossa: “Le ragazze e i ragazzi vogliono essere ascoltati, hanno tanta voglia di esprimersi”. Detto fatto! Così, l’ultimo giorno prima delle festività di Pasqua, gli ho chiesto un compito, uno di quelli senza regole se non la sincerità. Titolo: la scuola che vorrei… Quando li ho letti, in quelle parole, spietate e autentiche, ho subito compreso una cosa, che la scuola che vogliono loro non è la scuola che gli abbiamo consegnato noi, che l’istruzione che desiderano quelle ragazze e quei ragazzi non è l’istruzione che abbiamo creato noi. Vorrebbero altro, in parte diverso, magari migliore. Non vorrebbero essere catalogati come voti ma come persone, valutati sì, ma non giudicati. Gli piacerebbe che venissero considerate le loro diversità, le varie provenienze e competenze e, perché no, anche le proprie passioni. Che venisse meno, a volte, l’ossessione per il programma, la rincorsa sfrenata ad autori e opere che “si devono fare”, lasciando il passo, ogni tanto, ad altre attività e alla creatività. Una scuola (e anche delle famiglie) con meno aspettative e pressioni, dove ognuno possa perseguire la propria vocazione, perché non c’è vergogna a voler diventare un panettiere piuttosto che un avvocato. Una scuola accogliente, inclusiva e, come dice qualcuno, che smetta di definirsi scuola dell’obbligo, perché l’obbligo è costrizione non un’opportunità. Lo vorrebbero più o meno così il luogo dove trascorrono buona parte della loro quotidianità, con un metodo di insegnamento che si aggiorni costantemente e con degli insegnanti che sappiano mettersi in discussione e, soprattutto, sappiano comprenderli. Non lo so se hanno ragione o meno, o meglio per me ne hanno, quello che so è che leggere i loro scritti mi ha riportato alla mente Fanny e Biancarosa (amica-insegnante pure lei) che in un giorno di fine settembre si alzano dal tavolo di un bar per andare a parlare con un gruppo di ragazzi un po’ esuberante. “Perché prima di condannarli bisogna parlarci e spiegargli le cose”, mi dissero in quell’occasione. A distanza di tempo ho compreso il significato di quelle parole. E ho avuto la conferma che, se ragazze e ragazzi chiedono di dire la propria, ci sono delle insegnanti pronti ad ascoltarli. E questi sono i modelli cui mi sono affidato per provare a cavarmela. Almeno per un po’.

Pasquale Quaglia

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