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Il cinema ritrovato

UN OMAGGIO A GENE WILDER

Storia naturale del nerd. Un omaggio a Gene Wilder, passando dal “suo” Frankenstein.

Quasi a stabilire una consecutio temporum, rispetto all’ultimo articolo di questa rubrica, in questo numero parleremo e cercheremo di dare una idea di una delle icone degli anni ‘70: Frankenstein Junior. Mel Brooks, con, ovviamente, la collaborazione di Gene Wilder, diedero vita a questa rivisitazione, in chiave grottesca e comica, degli innumerevoli capitoli della saga del mostro di Mary Shelley. Per ammissione dello stesso Gene Wilder, il film traeva ispirazione dal capostipite Frankenstein di James Whale, 1931. Il film è in bianco e nero e, per omaggiare il suo capostipite, adotta inquadrature e addirittura attrezzi del film sopracitato. Le battute divenute icone non si contano. Marty Feldman, pur essendo attore di ampio respiro, avendo recitato con calibri come Depardieu, resterà sempre, nell’immaginario collettivo, come Aigor, AB qualcosa. Un film che ebbe un successo al di là dei riconoscimenti. Gli Aerosmith, ad esempio, avevano preso una pausa di riflessione dopo il loro album e cercavano un testo che si adattasse alla melodia. La famosa scena in cui Aigor dice: “Segua i miei passi” fu di ispirazione e nacque “Walk this way”. La scena cult in cui il dottore e Aigor sono al cimitero. “Che lavoro schifoso. Potrebbe essere peggio. E come? Potrebbe piovere”. Scena ripresa in tutto e per tutto in un numero di Dylan Dog, a proposito di icone. Il film è un susseguirsi di leccornie da tramandare. Gene Wilder è in stato di grazia, a cominciare dalle prime scene in cui il dignitoso e scettico Viktor Von Frankenstein, discetta sulle capacità dell’uomo di non andare oltre le verità assolute della scienza di quel tempo: “Ed ora, dimostreremo come il sistema nervoso centrale, sia in grado di comandare. Un salto niente male. Brutto bastardo, incestuoso e porco. Come vedete non basta la nostra meccanica in mancanza di questo continuo arrivo di impulsi, noi crolleremmo, come un pezzo di stoffa bagnata, dategli un dollaro extra”. Frau Blucher…ihiihihiiiihhhh (nitrito dei cavalli). Il lupo ulula. E tutto un susseguirsi di genialate con finanche la Inga, segretaria particolare del dottore, che ha un suo perchè: “È pronta Inga? Sì, dotore…lo tiri su…Come, qui davanti a tutti? Sì, il piano mobile…Oohhh sì, il piano mobile”. Il cervello che hai preso era quello di Hans Delbruck? No… Ah… E ti dispiacerebbe dirmi di chi era quel cervello? Non si arrabbierà? No – io – non – mi – arrabbierò AB qualcosa… Ab cosa… Ab norme… Ab norme, vuoi dire che io ho messo un cervello abnorme in un armadio a due ante? È questo che vorresti dirmi? Canagliaaaa… Ma si farebbe notte a citare tutte le battute divenute cult. Quel che possiamo dire è che un certo modo di fare cinema è scomparso. Figlio di nuove tecnologie, di nuove metodologie, ma quel che resta di questi capolavori è il respiro, unico, intenso, di qualcosa che sa di talento e basta. Gene Wilder è inarrivabile, le musiche, un Gene Hackman giovanissimo che interpreta Abelardo, il cieco vegliardo: “Sei pronto per la tua tazza di zuppa?”. Il resto è qualcosa che vedi sempre. Sempre e comunque. Ah, rimetta a posto la candela.

Carlo Marrazza

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