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Ritratti di Madame Peluska

RITRATTI DEL TEMPO

Alla ricerca di Marcel Proust.

L’invito mi giunse in una busta sigillata con ceralacca: “Messier Proust, la sua ombra è invitata all’evento del giorno 7 agosto, alle ore 21.00, presso il Palazzo Baronale De Conciliis di Torchiara, nel quale si parlerà delle Sue opere. Se gradirà, avrà modo di ascoltare le arie di un trio di musici e potrà ammirare, su uno schermo, le opere di artisti che nei secoli abbiano trattato del “tempo”. Devotamente, Madame Rachelia Peluska”

Decisi che ci sarei andato. Intanto, com’era mio solito quando m’invitavano in luoghi ove non ero mai stato, mi misi quella sera stessa, prima di dormire, ad immaginare un dagherrotipo mentale di questo villaggio: Torchiara. Era una operazione con cui provavo ad espandere il suono della parola, estenderlo fino a che non mi si apparisse un tetto, una strada, e spesso principiavo con un sussurrare quella voce per ammirarne l’effetto come dinanzi ad una nuvola di fumo da sigaretta. Immaginavo la Torchiara immerso tra gli stridori degli acciai sulle macine uditi lungo la via, calata in una opulenza diffusa in una eco di manovre muscolose sui manubri lubrificati, un mescere di olio colato come un oro fuso dai beccucci nei serbatoi. Quando la carrozza si fermò davanti al palazzo, mi fermai a rimirarlo. La lettura dell’opera di Ruskin mi indusse a leggere il palazzo oltre quanto esprimevano oggettivamente le pietre, al pari di quanto imparai a decifrare nelle architetture delle cattedrali il loro linguaggio nascosto […] Sarei potuto anche rimanere lì, fuori, in quell’invaso mistico accontentandomi di origliare le voci provenire dalla finestra, e ritenermi già soddisfatto nel non consumare l’aspettativa, lasciarla in quel limbo di dolcezza, decidere che fosse solo quello il tempo ritrovato e che non occorresse pretendere di viverne altro. La sala era quasi piena, e tuttavia una fila di sedie era rimasta del tutto vuota in fondo appena vicino all’ingresso. Mi tuffai nella musica del trio di musicisti che animava di una danza i colori vivaci, di gigli e viole, del soffitto di travi tappezzate di rosso, mentre alcuni putti facevano capolino dai frammenti di affresco. Era stato per me vantaggioso non conoscere di pentagrammi, di chiavi, di linee e forme d’alfabeti musicali: la musica era pura estasi, fusione, tuffo, lievito, flusso, onda, e non mi interessava sapere di fatiche e di studi o di solfeggi, ma solo subirla, arrendervisi, lasciarla nel suo mistero come non avesse autore, intuirne me, suo sgorgare, la petite phrase come un accidente dovuto al caso. I capolavori proiettati sullo schermo, di pittori profeti e visionari, restituivano il loro secolo, nell’insieme una storia di tentativi di dare figura ad un’entità sfuggente ed arcigna, ad un cronos del mito, descritto come un fanciullo che soffia per creare una bolla di sapone, immagine adatta ad esprimere il caduco ma anche una teoria di tempo in espansione che insegue l’esplosione dell’universo generata da un primo soffio. La vanitas raffigurata nei quadri di Strozzi e del Giorgione mi ricordarono il vecchio duca di Guermantes, seduto sulla sua gran sedia, ancora lucido, ma che appena prova ad alzarsi barcolla in modo impietoso, come se stesse lì lì per crollare dentro il pozzo dei suoi anni, come quei vescovi che si alzino da un sediario e una schiera di seminaristi si tengono pronti a sostenerlo. Mi confondevo. Non sapevo più in quale epoca mi trovavo. Per effetto di quelle visioni d’opere, ebbi la sensazione di fluttuare dentro un grande orologio cosmico di lune e di pianeti nel loro infinito circolarsi intorno l’un l’altro. Il quadro rilanciava un tempo di Galileo, filosofico, cartesiano. Gli artisti che sarebbero venuti dopo la mia epoca giungevano ad un tempo dissolto, dissociato, dove un quadrante indica un’ora precisa del giorno o della notte, e le ombre al suolo indicano invece un’ora vera di tramonto, o indicano un tempo di burro, fuso, in decomposizione, aggredito da formiche. Quando Madame iniziò a declamare quanto avevo scritto, rimasi impietrito in un tempo rifluito dentro un immenso imbuto, come se un pendolo si fosse fermato in posizione obliqua ed intanto una forza contraria mi chiamasse piuttosto a contorcermi per lo spasmo di non voler essere solo d’ombra. Io che mi ero deciso ad andare al palazzo in preda ad una mia vanità e per gloria quale in vita avevo sperimentato nei salotti di Parigi, sentivo ora udire quelle mie parole con cui null’altro avevo fatto se non scavare nel “mio”. Senza quella scrittura sarei stato un disperato. Quelle parole erano state il mio unico ed insostituibile strumento di dominio sulla realtà, sulla paura e l’angoscia. Ricordavo come avessi preferito terminata la mia opera piuttosto che curarmi della bronchite che mi avrebbe portato alla morte. E pensare che non avevo terminato affatto e quand’anche fossi vissuto per altrettanti anni, ugualmente sarei rimasto rinchiuso nella mia stanza a rincorrere la mia vita e a provare a fare della parola un tentativo di scolpire un lampo, fuggevole quanto fuggevole era una coda di note che mi pungolasse la memoria di un amore di gioventù, l’unico, di sempre, lo stesso, ripetuto, all’infinito, quante volte furono le richieste di risentire più volte la stessa musica. La vera vita era la letter … *** Gentile lettore, per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, siamo costretti a comunicare la sopravvenuta interruzione del flusso generato dalla serata tenutasi nel Palazzo De Conciliis. Qualora il flusso dovesse riprendere, o qualcun altro se ne volesse rendere interprete, avremo modo di riaprire nuovamente questa pagina. Con affetto. L’Editore

Rachele Siniscalchi Montereale

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